Buddy.

Prova a pensare a te che sei tranquilla, o tranquillo, in casa tua. Hai anche, diciamo, alcuni elementi della casa cui hai sempre tenuto, e che sono delicati. Molto delicati. Per dire: vent’anni fa avrei detto: cristalleria; oggi, magari: una collezione di robot giocattolo che hai tirato su col tempo, raccogliendoli su ebay, mese per mese, lavoro difficile su lavoro difficile.
Un giorno vai al supermercato, in questo meraviglioso equilibrio che ti sei creata, o creato, e ti si avvicina un qualcuno che ti dice: “Mi scusi, me lo tiene?” E ti allunga un guinzaglio cui sta attaccato un piccolo di pterodattilo.
Tu lo guardi e il piccolo di pterodattilo ha quegli occhioni meravigliosi che non riesci a gestire: è uno pterodattilo, vero, ma è un cucciolo. “Certo, con gioia”, dici. Vai alla cassa. Buddy (lo chiami così, Buddy, a istinto) squittisce mentre fai passare la tua carta fedeltà. Poi se la mangia.
“Succede sempre così” dice la cassiera, allungandoti i nuovi moduli. “Così come?” le chiedi, ma già è al nuovo conto; infili Buddy in borsetta, faremo finta che tu sia una lei da ora in poi, prendi su le due pesanti borse e vai a casa.

Mi scusi, me lo tiene?

I primi, diciamo, trenta giorni è tutto un divertimento. Buddy è simpaticissimo, giocate insieme, dormite nel lettone e ti sembra quasi che ronfi mentre gli carezzi le scagliette. Muove le alette in salotto, gli dici di stare attento alla tua collezione e fa sì con la testa. Ti dici che la vita non potrà mai essere meglio di così.
Poi scopri che il tizio che te l’aveva allungato, ecco, mica si presenta al trentunesimo giorno come aveva promesso. “Mah”, fai spallucce; “verrà domani”.
E invece no, e inizi a considerarlo tuo, Buddy.
Solo che cresce. E cresce, e cresce. Diventa di due metri, quattro di apertura alare. Si muove per casa scoordinato. Tu sapevi che avresti avuto un animale domestico, e lo avresti voluto; ma questo è ingestibile.
Inizia a mangiare sempre di più, a esigere cura. Lo devi spugnare con attenzione, nutrire secondo i suoi criteri che non sono i tuoi: prima gli davi il latte, ora vuole carne di pecora, per te non la prendevi, ma carne di pecora sia.
Cominci a sbuffare, finché un giorno torni a casa e la tua collezione meravigliosa è a terra. Devastata. Un robot è ancora nelle fauci di Buddy. A nulla valgono i suoi occhioni, che son rimasti quelli di allora; sei furibonda, o furibondo; da quando è entrato nella tua vita nulla è più come una volta.
Gli dai una botta sulla schiena. Non pensavi lo avresti mai fatto. Ma lo fai.
Buddy non reagisce.
Furibonda, o furibondo, lo colpisci ancora. Alla testa.
Buddy non fa una piega.
Una terza. Buddy stavolta, preso alla tempia, ti guarda stordito, e crolla a terra.
Solo che ti crolla addosso.
Il suo sangue, nerastro, cola appena sul pavimento. Tu hai entrambe le gambe impigliate sotto.
”Aiuto” urli, ma l’unico essere che ti può aiutare, in un agosto in cui il palazzo si libera, l’hai appena colpito.
Rimani lì ore. La sete, le labbra secche. Ti addormenti.
Poi, rinvieni. Non era sonno, ma disidratazione che ti ha fatto svenire. E Buddy è in piedi che ti guarda. Ha una contusione alla tempia, sangue secco. Tu hai bisogno di aiuto per rialzarti. Ma una cosa la sai: non gli vuoi male, ma da quando lui è lì non hai più la tua vita.
Lo porti sul terrazzo.
Piano, fino al bordo. Laggiù qualcuno lo raccoglierà.
Spingi.
Spingi.
Spingi.
E scivoli, e cadi.
E lui con te.
E gli cadi sulla groppa, e solo quando accade, solo quando cadete insieme, Buddy finalmente apre le ali.
E vola.
E lì ti accorgi che il problema non era lui.
Il problema non eri nemmeno tu.
Il problema era che pretendevi di tenere uno pterodattilo come un cagnolino, pensando di gestirlo con calma e quando avessi voluto tu; e di farlo in un appartamento, quando il suo mondo è l’aria.
E, infine, pretendevi che non cambiasse nulla.
A volte diamo un colpo troppo secco in testa a Buddy.
A volte la paura di cadere ci fa aggrappare a un cazzo di robottino, quando sotto uno pterodattilo spera di farci vedere quanto è bella l’aria.
Quando ci manca, Buddy, prendiamo il robottino nel letto e lo facciamo volare, facendo anche i suoni con la bocca.
Perché sappiamo che uno pterodattilo in casa rovina tutto, ma quanto è bello tornare in casa e guardare i disastri che ha combinato.
Che lo chiami Buddy o Amore.

Foto di Mario Dondero.

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