Il terzo romanzo: L’Argentino.

Che cosa assurda.

Nello scorrere di questi mesi, come ho detto più volte, mi ero dimenticato di aggiornare il blog.
Ieri sera tardi, cercando il link a questa pagina, ho scoperto che non c’era.
Non c’era L’Argentino.

L’Argentino (Marsilio 2018; la copertina è di Giulio Rincione) racconta la storia di un uomo che arriva in una città spagnola alla fine degli anni ’50. Dominano Franco e il grande Real, i gatti si nascondono sotto le macchine, il caldo imperversa. E noi?

E noi ci chiediamo chi sia, e intanto seguiamo il piccolo Nan, Nandito o con tutti gli altri nomi che assume nel tempo; l’unico di questa storia che, invece che schierarsi apertamente contro il nuovo arrivato, capisce che forse, forse, il cambiamento che sta portando è rivoluzionario e buono.
Nandito che – come molti di noi – crescerà; e diventerà il signor Verano, falegname e maestro di Arsène in Nudi come siamo stati.
Aggiungo qui sotto l’incipit, per chi di voi non l’avesse tra le mani.

Mi chiamo Fernando. José Fernando, detto all’epoca Veranito, e poi Nando, Nandito dalle lunghe mani; Nan dalla mia amata, o Verano, semplice e tondo, dalla mia prima ragazza. Ruiseñor, così: usignolo mi chiamò la mia fidanzata per un breve tempo, con quella voce canterina, per motivi che mi strapparono sorrisi ma che ora sarebbero imbarazzanti da raccontare; e poi divenni il señor Verano quando in tutta fretta mossi con quattro cose in Francia, andando ad abitare questa… modestissima casa nella contea del Var, un tugurio che s’erge verdastro dai primi terreni alti intorno a Collobrières, dai muri pezzati d’umido – e selve di uccellini che si levano la mattina tre minuti prima di me –, che mi fece da alloggio quando la stessa ragazza, nel frattempo diventatami moglie, mostrò di avere un campo di spine all’interno del ventre e di non sapermi donare altro che tutto l’amore che mi portò; e poi le stesse spine se la portarono via.

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