Tornare ad avere un blog significa tornare ad avere una piattaforma di riconoscibilità. Ho la pagina Facebook, il profilo Facebook, il profilo Instagram ecc.; ma il blog – e vale per tutti i blog che ho avuto – permette la lunghezza, l’estensione del pezzo, soprattutto la larghezza del pezzo. Non la lunghezza: non si misura niente in lunghezza nella vita, tantomeno un pezzo. La larghezza significa la capacità di stare dentro una riflessione, per quanto piccola.

Nei prossimi tempi effettuerò una piccola migrazione di contenuti (le giornate mondiali, le persone che amo di Viadana, le poesie) che non cancellerà nulla di là – non avrebbe senso, toglierebbe le condivisioni a chi ha condiviso, i commenti a chi ha commentato, eccetera; semplicemente permetterà di trovare rapidamente qua.

È una scelta giusta? Credo di sì, sennò non l’avrei fatta.
È una scelta controcorrente? Dipende. Dipende da cosa uno intenda esattamente per corrente. Mi sto sempre più convincendo che si stiano creando spazi alternativi rispetto al dovuto, all’obbligatorio; questi spazi hanno a che fare con l’editoria tradizionale e sono richiesti da ogni attore (librai in primis), hanno a che fare con le modalità di creazione del reddito, col passaggio di informazione, con la formazione, persino coi software.

Una metafora ormai desueta parla dell’orchestra del Titanic che suona mentre la barca affonda. Dovremmo interrogarci tutti su cosa sia la barca, su quale sia l’iceberg, cosa il mare; cosa suoni l’orchestra, e se il fatto che continui a suonare sia un atto di non riconoscimento della realtà o forse, a volte, il bisogno di calmare un pubblico altrimenti impazzito.

Le idee qui non mancano, voi siete già in tanti, ci penseremo insieme.

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