Ladies and gentlemen, we are floating in space.

Ore 8. Mi sono svegliato. Intorno a me soltanto stelle. Le indico, una a una, in questa solitudine. Dicono che un uomo nella propria vita incontri ottantamila persone. Fanno circa quarantacinquemila, finora. Le nomino. C’è Elio, là, che incontrai in un campeggio vicino a Solenzara. C’è Gennaro, che faceva battute di merda. Ci sono i tre ragazzini che ci chiesero soldi per parcheggiare il furgone a Palermo, la chiamarono: la mancia.
Ho paura di indicare dove ci sei tu, sei la stella che non nomino.

Ore 11.30. Fame. Ho comprato quattrocento petti di pollo, prima di partire. Me li hanno caricati nel frigo dell’astronave, insieme al tonno in scatola, ai piselli confezionati. Per farmi uno scherzo hanno messo anche i fagioli Corona. Li ho lanciati fuori dall’abitacolo, sono lì, sospesi per aria. Cuocio il pollo; non può farmi male.

Ore 13.00. Mi sono portato da leggere ottanta libri. Mi sembravano troppi, ora non sono nulla. Li devo contingentare. Contemporaneamente, non riesco a concentrarmi. Li leggo e mi sembra di leggerne uno solo, intero, su me che leggo nel centro dell’universo. Le stelle brillano, le pagine scorrono. Lascio il libro; si muove lentissimo nell’aria, le pagine, con estrema calma, si girano da sole.

Ore 17.00. Ho dormito. Mi fa male lo stomaco. Non so più se è la sospensione, o il pollo andato a male, o la rabbia per lo scherzo dei fagioli Corona. Forse è per i libri, o per la stella che non voglio nominare. Ogni tanto guardo la Luna, ma da qui la Luna non è la Luna, non è più: là, è molto più: qua. Ogni tanto guardo la Terra. È molto là.

Ore 21.30. Ho voglia di andare a passeggiare nello spazio, ma ho paura che la porta si chiuda. Non mi arrivano cronache dall’epidemia, non ho più saputo nulla. Non ne voglio sapere nulla, dell’epidemia. Ho lasciato giù i binari morti, i cassoni dell’Esselunga, i parcheggi con le macchine incastrate tra loro, la musica che suonava da un’autoradio senza che nessuno avesse la voglia, la forza di andare a spegnere, o anche l’udito per sentirla. Io vorrei solo camminare in questo spazio, davvero vuoto.

Ore 22.35. Il portoncino si chiude. Guardo la tua stella. Guarda come risplende.

Ore 22.37. Guarda come risplende.

Ore 22.38. Guarda.

Ore 22.41. Ladies and gentlemen, we are floating in space.

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