Memorie dal Coronavirus.

Abiti a Milano.

Il Coronavirus per ora è uno scherzo; ha un tasso di mortalità vicino al 2%, gli unici che ne vengono colpiti sono anziani e affetti da malattie autoimmuni, non sei né l’uno né l’altro, ridi. I contagiati sono, facciamo, trenta. Tu giri in metro, e se qualcuno starnutisce ti copri con la sciarpa – ha il tasso di prevenzione di quando raccogli un fusillo al pesto da terra entro i cinque secondi, ma meglio di niente, no?

Il giorno dopo ti svegli, il cielo è scuro ma pare schiarire. Accendi la radio, e senti che i contagiati sono centottanta. Da trenta a centottanta non ci vuole un mostro in matematica per capire che stiano crescendo rapidamente; e se ognuno di quei centottanta è entrato a contatto con una decina di persone…Poi ci pensi: E se ha preso la metro? Centottanta per cento fa… E se quel numero, moltiplicato per cento, va per caso in metro?Corri in farmacia, e ti dicono che l’Amuchina è finita. Vai al supermercato, e vedi scene folli: gente che corre buttando salmone a pacchetti nel carrello, dieci panetti di burro, tutta la candeggina. Scaffali vuoti; abbranchi un carrello e cominci a correre, non sai nemmeno dove, ma corri. Arriva un’ordinanza e ti dice: non puoi uscire da Milano. Tu a Milano ci vivi da poco, hai la famiglia via; provi a prendere un treno ma la polizia dotata di mascherine ti ferma e dice: Dove va? Bestemmi e hai una reazione che, mentre ce l’hai, ti sembra assurda. Non sono io, pensi; e intanto alzi le mani, finché ti cacciano via.

Torni a casa. La portiera non c’è; ha lasciato un foglio.I numeri alla radio dicono: dodicimila persone. Tutti gli ospedali pieni.La gente prova ad andare a comprare il pane, ma è contingentato.

Arriva un’ordinanza e ti dice: non puoi uscire da Milano.

Si va solo muniti di tessere, che erano state conferite ai residenti. Tu la residenza non ce l’hai. Hai fame.Hai fame. Da casa ti chiamano preoccupati, ti chiedono: come stai?E tu hai fame. E rabbia. Senti di pestaggi in strada, aggressioni. Vuoi solo andare al paese vicino, diciamo: Sesto San Giovanni. Da lì, dici, si esce.Arrivi alle frontiere, con un morso allo stomaco che non sai. Esce la gente di Sesto con le torce e ti dice: Vattene a casa.Una bambina esce dalla fila, ti guarda e con un filo di voce e gli occhi azzurri dice: Stronzo.Alle tue spalle senti arrivare dieci, cento, duecento milanesi. In città non si mangia. Chi se ne fotte di Sesto, dicono. Dateci da mangiare. Un tizio di Sesto vi lancia una crosta di formaggio, la mangi per terra mentre i sestesi o come cazzo si chiamano si dividono tra chi lo chiama eroe e chi lo offende. Intanto arriva sera, hai bisogno di una coperta perché piove.
I numeri dicono che a Milano si muore, ci sono trecentottantamila contagiati, con una mortalità del due per cento fanno settemilaseicento morti e settantaseimila all’ospedale, hanno approntato le caserme e le palestre a sale di degenza e quarantena.A Sesto tu di tutto ti ricordi solo degli occhi di quella bambina.
E chiudi i tuoi. E pensi a quando hai detto alla televisione, mangiando il tuo fusillo al pesto che raccogliesti da terra: Tornatevene a casa vostra, coglioni.

Ci pensi, ma è un attimo.

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